Alessia Michelini
Per quante volte avremmo voluto scegliere una zona media tra l’essere in o l’essere out, dolce o salato, bicchiere pieno o vuoto, l’estremo è spesso la via più affascinante.
In inglese si dice “larger than life” per intendere qualcosa di eccessivo, esagerato, appariscente, un’espressione avvincente, tanto quanto “less is more”.
All’interno del mondo della moda non si è mai risparmiato nello scegliere posizioni ai limiti.
Minimalismo e massimalismo si scontrano sulle passerelle facendo capo a due brand come Versace e Prada, estetiche opposte ma allo stesso modo vincenti.

Un valzer di contrari conturbante: la tendenza eclettica nel riempire voluttuosamente i tessuti di Versace si contrappone ad una purezza geometrica in Prada. Da una parte un trionfo di ricchezza opulente ma d’effetto. Dall’altra una calibrazione, una forma di pensiero preciso, rigoroso e ordinato.

Versace, fautore del fenomeno delle top model, Prada dell’Ugly chic.
Al primo si lega il mantra della bellezza, la provocazione affascinante di una donna che si può permettere di indossare un abito di pelle nera con le cinghie. Al secondo lo stravolgimento di determinati stereotipi: quel che fino a pochi decenni fa era definibile brutto diventa cool tra calzettoni portati con le décolleté e zainetti di nylon.
Un massimalismo fatto nel tempo di minigonne lunghezza fondoschiena e tessuti metallici, un minimalismo costruito su gonne nere al ginocchio, colori basici e tessuti tecnici.

La ricerca in entrambi i casi è però totale, un lavoro stilisticamente opposto, eppure simile. Tutti e due i marchi hanno proposto un femminismo nuovo e provocante, che ha diviso tra chi si schiera con e chi si schiera contro.
Dal 1992 Versace ha sdoganato una femminilità audace, libera e sicura di sé. I tubini con i famosi inserti di vinile non sono pensati per una donna dimessa, ma per chi, a testa alta, ha la forza di incrociare lo sguardo degli uomini. Dagli anni ’90, invece, il lavoro di Miuccia ridefinisce ciò che è desiderabile, un’operazione di sottrazione che delinea una donna lussuosa e atipica, sofisticata ed emancipata dalle estetiche banali.

Questi due universi si sono avvicendati fino ad una apertura, l’uno nei confronti dell’altro. Un’indagine stilistica inevitabile per due figure intelligenti come Donatella Versace e Miuccia Prada. Se da sempre la tendenza della moda è quella evolutiva, entrambi i brand hanno cercato di tendere verso l’inesplorato, superando le proprie confort zone, ognuno nella direzione opposta.
Prada alle porte del duemila ha sorpreso tutti con un cambio di registro introducendo capi di seta, ricami di perline e strass, abiti lampadario carichi di cristalli. Un approccio diverso per esplorare un tipo nuovo di bellezza, il superamento di una moda esclusivamente minimal.
Allo stesso modo Versace, nell’ultima collezione Primavera- Estate 2021, ha lavorato molto su un cambiamento percettibile che si lega bene al tema post-covid di rinascita e nuovo mondo. Donatella ha infatti affermato di aver voluto creare qualcosa di dirompente, focalizzandosi sul mondo marino e look dall’aspetto wet più giocosi e meno sensuali.
In realtà una sperimentazione verso le linee più semplici e colori più puri era già stata portata avanti da Versace nella Primavera-Estate 2011, mentre nella collezione Autunno-Inverno 2020 una sfilata co-ed aveva toni casual e sporty, prevalentemente neri.
