Intervista di Chiara Famooss Paolini
La fotografia di Alessandro Amico è famelica. Non c’è uno stile unico nei suoi lavori ma è sempre presente una caratteristica predominante: il suo racconto si mescola alla necessità dell’ascolto del soggetto che viene immortalato.
Amico scava dentro alla ricerca del non detto, del non rivelato, cercando di intrappolare pezzi di anima nei suoi scatti intimi e veri.
Ma che cos’è la fotografia per Alessandro Amico? Ne abbiamo discusso insieme. Qui di seguito le riflessioni emerse.
La fotografia in tre parole.
Incontro, scontro e racconto.
Quando e come è iniziato questo percorso artistico?
Il mio percorso artistico è partito da un momento di crisi. A vent’anni ho capito che si possono fare foto tecnicamente fatte bene e foto che parlano, che comunicano. Le due cose possono a volte coincidere, ma non sempre. Oltretutto, io vengo da studi sociali e per me le persone sono sempre state incredibilmente interessanti e importanti. La mia crisi è iniziata dalla necessità di voler andare oltre ad uno scatto ben fatto, per raggiungere un processo creativo che coinvolgesse il racconto di quello che vedevo e fotografavo. Ho smesso di fotografare per un bel periodo, dicendomi di ricominciare solo nel caso in cui avessi trovato la maniera per poter parlare con i miei scatti. Dopo vari mesi di nulla, un ragazzo mi ha chiesto di fotografarlo. Conoscendolo di persona ha condiviso con me un vissuto che mi ha profondamente toccato. Con questo suo trascorso la sessione fotografica è stata, per la prima volta in vita mia, surreale. Questo è stato il momento in cui ho cominciato ad intuire quale sarebbe potuto essere il mio percorso da quel momento in poi.

Dove trovi l’ispirazione per gli scatti?
Esistono fotografi che riescono ad essere molto sistematici nella ricerca che li porta ad uno scatto. Ahimè, io non sono tra questi. Sarebbe tutto molto più semplice. Ogni volta che approccio un progetto fotografico è sempre un nuovo inizio con pochissimi punti di riferimento nella mia testa. Credo che questo sia evidente nei miei lavori dal momento che sono spesso visivamente tutti diversi. Ho provato ad essere esteticamente più coerente, ma alla fine ho capito che non fa per me. A ogni persona o progetto che approccio, ricevendo stimoli diversi, sento la necessità di esprimermi poi in modi diversi. Sicuramente l’ascolto di chi fotografo per me è di grande ispirazione. Con il tempo ho imparato che questo non viene soltanto dall’udire. Farsi colpire da tutto ciò che i nostri sensi possono raccogliere di una determinata situazione o persona mi porta ad avere un’idea più chiara di quello che voglio realizzare.
I tuoi ritratti hanno molta anima. Da dove arriva questa esigenza di catturare il soggetto, la sua intimità?
Anzitutto ti ringrazio, ma credo di non saper rispondere a questa domanda. È come avere fame, non sai perché accade ma sai che hai bisogno di soddisfare quella necessità. Per me accade la stessa cosa nella fotografia. Sono umanamente famelico. Ascoltare le persone, cercare di capirle e provare a raccontarle è sempre stato indispensabile per me.
Progetti importanti che ti hanno segnato.
Sicuramente il reportage realizzato in Uganda con l’organizzazione ROHP mi ha segnato. Il fatto che in Africa ci sia la povertà non è di certo una novità. Essere andato lì e aver potuto raccontare quello che mi circondava è stato un inestimabile privilegio. Un altro ricordo che porto nel cuore è stato durante un viaggio in Armenia. Una sera, con alcuni ragazzi conosciuti sul posto, ho scattato delle foto senza farmi troppo notare. Il giorno dopo ne ho stampate alcune e regalate ai soggetti fotografati. Porterò sempre con me il momento in cui ho consegnato uno scatto a uno dei ragazzi e lui, dopo un primo istante di silenzio, è scoppiato in lacrime abbracciandomi. Mi disse che aveva visto in quel gesto l’amore di cui aveva bisogno e in quella fotografia il racconto emotivo di quello che stava vivendo. Quello è stato uno dei momenti in cui ho capito l’incredibile e potenziale impatto che può avere una foto.
La moda e la fotografia. Una vive nell’altra. Cosa pensi di questo connubio?
Porto un altro esempio culinario (sì, mi piace mangiare!). La fotografia è come un piatto di pasta. Come esistono tanti tipi di fotografia, esistono anche mille tipi di pasta e condimenti che se fatti bene possono soddisfare tutti i diversi gusti e palati. La moda porta con sé una forte esigenza visiva che sfocia molto facilmente nella fotografia. Detto questo, credo anche che spesso si pensi che la fotografia nella moda debba diventare succube della creazione che viene fotografata. Credo invece che la fotografia debba essere protagonista tanto quanto il soggetto fotografato. Altrimenti si ritorna a quello che dicevo all’inizio, ovvero a fare delle belle foto fine a se stesse. Cadere in questo nella moda è molto facile dal momento che spesso gli abiti sono già molto interessanti di per sé.
Con i Social Media tutto sta cambiando. Come pensi che si trasformerà la fotografia?
Tutti possono fare foto, ma non tutto è fotografia. Io stesso penso di aver fatto poche vere fotografie nella mia vita. Mi diverto molto con i social e li utilizzo tanto. Non credo che i media debbano definire l’importanza di un progetto fotografico. Avere pochi like non vuol dire che il proprio lavoro abbia un valore inferiore rispetto a qualcuno con una maggiore visibilità. L’aspetto irrimediabilmente negativo dei social, a mio avviso, è proprio questo perenne confronto con il mondo. Credo che questo ci distragga dal nostro personale percorso creativo, portandoci ad un costante e non sano paragone con l’altro.
