Davide Pagliarini
Concepita da Constant Nieuwenhuys (1920-2005) per una società del futuro, New Babylon è una città visionaria raccontata attraverso una serie infinita di modelli, collage, schizzi, disegni architettonici e scritti, prodotti tra il 1957 e il 1974 per tradurre in una forma tridimensionale la concezione urbanistica e sociale del suo inventore.
New Babylon è una città nomade, un luogo di transito e di scambi dai confini mobili e precari. L’immagine che più le si avvicina è quella della battigia o, nelle parole di Eugenio Turri, del Sahel, orlo meridionale del Sahara, terra di confine tra il deserto e i luoghi della vita stanziale, margine abitato in cui le due culture, quella nomade e sedentaria, si incontrano. New Babylon ha un precedente nelle teorie sulla città elaborate dal movimento situazionista e nei concetti di deriva e di spaesamento ad essa legati. Attraverso le derive, pratiche collettive di attraversamento urbano che lo stesso Constant, insieme a Guy Debord, contribuisce a delineare e che consistono nello smarrirsi fra gli interstizi del costruito, esplorano le zone inconsce della città, i suoi vicoli ciechi, i suoi vuoti, i suoi percorsi tortuosi e sotterranei per scoprire “una nuova giungla caotica.”
L’attraversamento e l’osservazione dell’esistente messa in atto dai situazionisti getta le premesse per la concezione di una nuova idea di città, in aperta contrapposizione rispetto al modello funzionalista e di cui New Babylon rappresenta l’approdo finale. Una città che, rigenerandosi e spostandosi, produce scarti. Attorno ad essa si accumulano i relitti della modernità, abbandonati e colonizzati dalle piante. “I nuovi quartieri di una simile città potrebbero essere costruiti sempre più verso Ovest, dissodati via via, mentre l’Est verrebbe in pari misura abbandonato all’invasione della vegetazione tropicale, che crea essa stessa delle fasi di passaggio graduale fra la città moderna e la natura selvaggia. Questa città braccata dalla foresta, oltre la zona di deriva incomparabile che si formerebbe dietro di essa, e un matrimonio con la natura più audace dei tentativi di Frank Lloyd Wright, presenterebbe il vantaggio di una messinscena della fuga del tempo, in uno spazio sociale condannato al rinnovamento creativo.” [1]

La liberazione del desiderio è per Constant qualcosa di concretamente realizzabile nella vita reale e non un orizzonte riproducibile attraverso dei surrogati. Egli si definisce un utopiano, termine che distingue la propria visione del mondo – con il suo carattere verosimile e volto ad un concreto compimento – dall’utopia, aleatoria e inattuabile per nascita. “Il problema dell’abitare per Constant deve essere impostato come riappropriazione della necessità primordiale dell’autodeterminazione del proprio ambiente, come liberazione dell’istinto alla costruzione della propria casa e quindi della propria vita, come riscoperta dell’impulso all’avventura da parte dell’uomo urbano.” [2]
Al di là dell’orizzonte fantastico di una società ludica armoniosamente riunita sotto le immense tende di New Babylon, dei suoi proclami politici e della loro enfasi trascinante, ciò che è memorabile delle visioni tridimensionali di Constant e dell’esperienza situazionista che egli ha condiviso è la costante ricerca della libertà, messa in atto attraverso il distacco dal suolo, la disgregazione dell’idea di segregazione e l’invito alla scoperta e all’attraversamento in una continua ricerca dell’altrove. Uno stato delle cose avvertito come paralizzante esplode in frammenti liberamente e nuovamente ricombinabili, secondo affetti, stati d’animo, inclinazioni, desideri. In New Babylon questi frammenti sono riaggregati e ricombinati tra loro, sostenuti da una infrastruttura planetaria che si pone non soltanto come un reticolo flessibile e astratto ma che risponde ad attese totalitarie nei confronti dei comportamenti collettivi. Questo è il suo limite e la sua debolezza. Yona Friedman afferma che New Babylon è “la visione di un artista dittatore, artefice di una società imposta alle persone, che invece dovrebbero poter scegliere il loro modo di vivere sia per quanto riguarda le abitazioni che lo spazio sociale.” [3]
