Alessia Michelini
L’edizione 103 di Pitti Immagine Uomo si è conclusa con notevole successo. A partire dai numeri, con oltre 18 mila presenze, 13 mila compratori e 6.500 aziende, l’edizione 2023 ha registrato un aumento del 210% rispetto al gennaio scorso.
C’è chi ha definito Pitti 2023 l’edizione della rivincita, chi l’anno della ripartenza. Certamente, il clima di cambiamento è stato vibrante: le prospettive alle quali Pitti ha aperto le porte appaiono decisamente interessanti.
Innovazione e progresso come claim, sostenibilità come elemento fondante di molti brand espositori.
Dopotutto, se di cambiamento si parla, la moda non può avere un futuro senza sostenibilità concreta.
Spiccano quindi i progetti originali portatori di messaggi distintivi, che cercando di sperimentare un nuovo tipo di moda basata su un rapporto più concreto tra uomo e ambiente.
Le declinazioni sono molteplici e le soluzioni adottate risentono spesso di storie e visioni differenti ed uniche.
Daiwa, brand giapponese specializzato in abbigliamento da pesca nato nel 2009, appare del tutto degno di nota.
Il suo nuovo progetto D-VEC , consiste in una serie di abiti dal taglio tech che si inseriscono nella logica dell’economia circolare. Assieme al Gruppo Refinverse, il brandha dato vita adabiti partendodalle reti da pesca usurate e di scarto.
Tramite un percorso perfettamente ciclico le reti vengono trasformate in filato e successivamente in tessuti, poi impiegati per la creazionedi indumenti antipioggia e idrorepellenti per i pescatori. Pur essendo un’azienda settoriale, Daiwa è in realtà un esempio stimolante non solo nell’ottica della sostenibilità.
I modelli del progetto D-Vec hanno linee dinamiche che prendono spunto dallo street style con atteggiamento contemporaneo e propositivo, interessante anche al di là dell’abbigliamento per la pesca.

Sulla stessa linea d’onda anche Ecoalf, marchio spagnolo che da 12 anni porta avanti come mission la sostenibilità. Comunicativamente molto d’impatto, il brand si presenta con il motto “Because There is no Planet B”. Riconosciuta da B Corp nella top mondiale delle migliori aziende del mondo, Eco alf riesce a sfruttare materiali di scarto come bottiglie di plastica per creare tessuti riciclati (come il tessuto Ocean yarn) per la creazione dei suoi capi.
Anche lana, poliestere e cotone sono riciclati per minimizzare le emissioni di CO2 e lo spreco di acqua. Come risultato abiti casual dalle linee minimali, pulite e giovani.

Vanno poi nella stessa direzione, seppur in maniera diversai marchi come Freedom of space, Zsigmond e Kemkes, che definiscono un nuovo modo di progettare partendo da una logica zero waste o quasi, sfruttando la manipolazione per creare capi da tessuti di seconda mano.
La collezione reconstructed di Freedom of space parte da prodotti tessili avanzati da campionari per creare capi super cool che risentono dalla cultura hip hop anni ’90 e della cultura skate con una gamma di prodotti over, genderless, colorati e urban. Elemento distintivo il mix di righe dal colore e spessore diverso e l’accostamento calaidoscopico di scritte, dichiarazioni, immagini e loghi su t-shirt, pantaloni, felpe e camicie.
Zsigmond offre invece una risposta più folkloristica alla produzione di capi eco-consci ed etici. Nato in Ungheria, il marchio si propone di esaltare con profondo rispetto le tradizioni popolari ungheresi, dando vita a capi dai tessuti biologici e vintage.
Remade è la collezione che forse più di tutte incorpora pezzi ibridi nati dalla manipolazione di tessuti tradizionali, databili fino a 100 anni fa. Vengono così utilizzati i tradizionali “kerchieves”, tessuti tipici ungheresi risalenti agli anni 50, per la creazione di giacche invernalie scialli “beliner” per dare vita a giletdallo stile folk. Anche gli shearling vengono rimaneggiati partendo dal costume tradizionali dei Busò creando qualcosa del tutto nuovo dal tocco animalesco e ancestrale.

