Agnese Azzarelli
Foto di Carlotta Cicci
Ad Andrea
«Tutta la mia vita è una lettera a te»
Viktor Šklovckij
«ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire»
Rutger Hauer (tr.It.)

La mia storia in transito inizia dal desiderio di te e si dipana, come un esse lunga tra Roma e Milano, sedi in cui hanno luogo le mie passioni, il mio lavoro, tutto ciò che mi allontana da te, da quel film di Caligari che mai vedemmo insieme, da quella Cagliari dove ti moverai da pirata? Nell’ombra? Sotto la luce dei riflettori di un circo? Cagliari e Caligari sono l’uno l’anagramma dell’altro. In altre parole: ciò che non ho mai visto e che tanto vorrei sfogliassimo insieme.

L’ombra delle cose che furono sempre mi insegue, come fosse ancora quell’esse lunga che doverosamente alimenta ogni altro nostro pasto. Ma quanto sarebbe bello dormire all’addiaccio. I trampoli e la mia valigia delle meraviglie.

Ti cerco ovunque e sempre porto con me, in quella che è la mia borsa delle meraviglie, due o tre cappelli, all’occorrenza, una pochette da taschino ricamata da una brava sarta da regalare…

Sarà lui l’Amor, quel volto con occhiale disteso in infinite distese dinnanzi a tutti gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede?

Conosco anche la desolazione, che non è mai un punto a capo. Meglio sarebbe esser stati pirati. Ma anche i pirati, tra un addiaccio e una ferita, l’avranno di certo intuita. La sera, quando sta per giungere l’ennesima destinazione.

E poi Firenze: ho sempre sognato che ci saremmo incontrati qui. Tra un boccaporto ed uno scusi, prego, signorina. Un bacio. Una sigaretta, forse.

Intanto il tempo muove i suoi rintocchi e le distanze fra me e te si fanno sempre più labili, eppur profonde. Tic Tac…. Un giorno questo marchingegno ad orologeria diventerà più assurdo di un bue in automobile. Direbbe Majakovskij, ingurgitando una fantascientifica macchina del tempo. Ma non più mi occorre far finta che la realtà non sia quella che si vede.

Di questo messo di Dio non so parlare e anche lui sembra non volersene curare.
