Andrea Meregalli
Quando Borges scrive di labirinti, quando il dito dell’autore argentino indica un dedalo, dove muove il suo sguardo? Mi chiedo se quella del labirinto non sia un’immagine che abbia finito per ridurre Borges, per come l’abbiamo perpetrata: viaggio iniziatico, psicanalisi, ontologia, mistero. E infatti è difficile trovare una biografia di Borges senza imbattersi in questi concetti, prima o poi. È un simbolo – quello del labirinto – tanto affascinante quanto immediato e che ben si confà alla reputazione di cui gode lo scrittore: elitario, raffinato, complicato.
Eppure Borges ha lavorato tutta la vita nella direzione opposta. Nella direzione dell’accessibilità; ha accolto, accettato e mediato la complessità attraverso la competenza per rivelare un linguaggio diretto ma preciso, comprensibile ma composito, leggibile ma completo. Ha dunque esaurito o cercato di esaurire la fase ultima della comunicazione, indubbiamente la più difficile, laddove il linguaggio deve rendersi intellegibile senza perdere struttura. Un’accessibilità che non procede da uno svuotamento, da una semplificazione oppure da una riduzione ma l’esatto contrario, un’accessibilità guadagnata attraverso la selezione, l’esperienza e la conoscenza. Ha dunque cercato di essere l’opposto di un autore elitario. Peraltro riuscendoci. Lavoro estenuante e di una generosità enorme. Anzi, stupefacente.
